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Ho dormito ventidue giorni questo mese.
Ventidue.
Cinquecentoventotto ore di sonno ininterrotto,
senza sogni. Mi sveglio alla clinica, l’infermiera che mi ha accompagnato qui
ventidue giorni fa mi osserva a lungo, indica i vestiti che ho lasciato su
una sedia. Devono avere un aspetto migliore del mio, da come ci squadra a
turno. Mi offre una sigaretta di saluto, mi tossisco addosso. È facile
disimparare.
Nel tragitto verso casa non parlo, la gola cerca
di risollevarsi dal torpore e nessuno sull’autobus fa caso a me.
Attraversiamo i tre cerchi che mi portano a casa. Sono ancora addormentato,
non vedo nulla.
Leila, nell’angolo, è immersa nella luce bianca,
non si volta nemmeno alla chiusura del portone. Fuma anche lei, le gambe
scoperte ricolme di piaghe. Mi avvicino alle sue spalle senza toccarla, le
faccio sentire la mia presenza senza parlare ed è peggio che prenderla a
schiaffi, peggio che mangiarsi l’un l’altro.
Farei una doccia, l’acqua è scomparsa dal
quartiere. In camera la polvere ha sprofondato il materasso nel granito più
di quanto ricordassi. Forse ricordo male. È colpa mia, penso.
Nel bagno lo specchio ha una Y centrale che lo
divide in tre parti, i due trapezi separano le mie guance ma per un
riflesso del vetro mi appaio estraneo, sbilanciato, sofferente sotto la mia
fronte che nel triangolo mostra capelli bianchi e sottili, più sottili
della barba che il sonno ha impedito di tagliare. Raccolgo un vecchio
rasoio da una sacca abbandonata sotto il lavandino, è doloroso farlo così.
Mezz’ora dopo sono a lavoro. Raccolgo gli scarti
del supermercato e a seconda della legge di riciclo mensile restituisco il
cibo non eccessivamente masticato ai suoi scaffali. Questo dice la legge di
riciclo mensile. La primavera è il periodo più tollerante, recupero tutto
ciò che aprendosi sia privo di vermi e sostanze mucose.
Lavoro sedici ore al giorno.
Ne vorrei di più, il supermercato non è disposto a
pagarmi tanto. A fine giornata torno da Leila, la trovo nel buio proprio
come stamattina l’ho trovata immersa nella luce bianca. Resto dietro di lei
per qualche minuto, vado allo specchio e sono stanco nonostante tutto,
nonostante le 528 ore di silenzio e quiete che mi hanno portato fino a oggi.
Il giorno dopo incontro il capo. Non gli stringo
la mano, lui non me la porge. Lungo le mie dita una melma informe di yogurt
e frutta marcia. Il capo non ha espressione, ha due occhiali nei quali
rifletto le mie pupille e mi vedo stantio, provengo anch’io dal cassonetto
che sto toccando. Il capo come ogni mese ha un calendario scritto a mano
sul coperchio di un cartone per la pizza. È l’unica occasione in cui ne
vedo uno, nella testa scelgo sempre il nome di un ristorante e sono felice
quando scopro di aver indovinato.
Mi chiama per nome, da quanto tempo nessuno mi
chiama per nome.
Dice che non era in programma che fossi qui oggi,
dice che la giornata non mi sarà retribuita. Retribuita, così parla il capo.
Mentre si allontana scopro di non aver indovinato il nome sul coperchio.
Raggiungo gli altri alla mensa, l’altoparlante gracchia e tutti insieme
stringiamo i denti mentre il segnale si assesta su una frase pubblicitaria.
Mi piace la pubblicità. Dice che la clinica è aperta anche questo mese e
che il sonno non costa niente, il sonno fa risparmiare. Dormendo non puoi
comprare, non puoi mangiare, dormendo.
Torno al cassonetto e proseguo per altre cinque
ore. Ogni tanto dal fondo del garage compare il capo, la giornata non
pagata è un trucco per scoprire chi tiene al suo lavoro. A fine mese non
sarò pagato, ma il capo saprà che si può fidare di me. Torno a casa, è buio
profondo e dall’autobus vedo lupi in giro per la città, si cibano dei
cavaderi abbandonati. Molti morti sono stretti l’uno all’altro, sono morti
di freddo mentre erano addormentati. Mentre io ero addormentato, penso.
A casa Leila è seduta davanti alla finestra, senza
toccarla le dico che non sarò pagato per oggi e lei non ha reazioni, i suoi
occhi sono chiusi. Vedo che non si è alzata neanche per andare in bagno.
L’odore nella stanza non è insopportabile, ma è brutto e lascio la stanza
premendomi il naso. La Y
ritaglia il buio del vetro e non mi vedo più, solo le crepe emettono
riflessi di luce. Dormo in terra, addosso alla sacca con il rasoio e le
coperte per l’inverno. Ho sete, ma non fa più così freddo, penso.
Il giorno dopo l’autobus sbanda davanti a me,
rischia di travolgermi ma l’esplosione di una ruota lo fa sterzare e
spegnersi contro una vecchia stazione di benzina, dall’altro lato della
strada. Vent’anni fa si sarebbe incendiato. Ora si limita a un rumore di
metallo contorto che muore in fretta. Mi muovo nel vento stringendomi con
le braccia quanto posso, per fortuna i lupi dormono di giorno. Stasera ci
saranno un altro autobus e un funerale collettivo per la strada.
Arrivo dieci minuti in ritardo, il capo mi guarda
lavorare da lontano per due ore, poi si avvicina. Mi dice di lavorare oggi,
dice che non mi farà più lavorare per il resto del mese. Salto il pranzo,
nelle ore successive conto i soldi che i due giorni mi hanno portato.
Passo da casa, Leila è alla finestra, dorme. Senza
svegliarla lascio le banconote e raccolgo una coperta da portare con me.
Leila pagherà la stanza, mangerà quello che il supermercato spedisce a noi
raccoglitori come contributo per il nostro lavoro, i resti recuperati
dall’immondizia e non riacquistati. Non comprerà un vestito per il funerale
in strada. Non comprerà sigarette, non riceverà una pizza in un contenitore
di cartone. Non verrà alla clinica a controllare che tutto vada bene.
Alla clinica tutto andrà bene. Ventotto giorni e
sarò fuori. Ventotto giorni.
672 ore di sonno, senza sogni.
Ventotto, e sarò
di nuovo
fuori.
Apocalypse
Wow
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