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La frase più bella è della sorella di Wallace, ed
è un’ipotesi sull’ultimo gesto di David prima di. Non la ripeterò qui, non
funzionerebbe altrettanto.
L’unico errore di un’edizione così pregevole è
aver tradotto il sottotitolo (“a road trip with David Foster Wallace”) con
l’espressione “DFW si racconta”, facendo sembrare il tutto una confessione
alle pareti di un cubo di vetro e sminuendo l’apporto indispensabile
dell’altro David (Lipsky), giornalista di Rolling Stone inviato-ombra di
DFW al culmine della sua vita di autore, quel 1996 che per lui significò
- Infinite jest appena pubblicato
- la sua faccia sulla copertina di Time
- un tour promozionale con ammiratori pronti a sbranarsi per un
colpo d’occhio alla nuova leggenda vivente.
Il libro è un dialogo, ed è un dialogo tra due
uomini che si fanno compagnia in auto per un po’ di tempo (condizione
ideale per l’instaurarsi di un rapporto di confidenza, secondo Henry Ford)
L’apporto di Lipsky è fondamentale, il curriculum di Wallace non era quello
di uno capitato per caso a Disneyland su una giostra inaugurata a suo nome,
pronto a sporgersi e ringraziare incredulo sventolando un fazzoletto con le
proprie iniziali; a 34 anni era già stato una promessa mancata della
letteratura, aveva lasciato Harvard per le pareti meno concilianti di una
clinica per aspiranti suicidi e dopo anni di lavoro inglobante (Infinite
Jest, 1.400 pagine, è stato scritto tre volte a mano) si ritrovava in pugno
un successo impossibile da comprendere per un libro di quelle dimensioni
(fisiche e mentali), un successo non solo critico ma - lo crederesti? -
commerciale (15° libro più venduto negli Usa in quel periodo). Ed è qui che
cominciamo a immergerci nel suo pensiero: di fronte all’insistenza di
Lipsky sull’ammettere il piacere di questo successo la risposta di DFW è
“servono almeno due mesi per leggere il romanzo; due giorni dopo l’uscita i
reading erano strapieni, segno che la gente è attratta dalla curiosità, non
da me”.
Il botta e risposta è tutto giocato su un
Lipsky – scrittore mai esploso che vede in DFW l’agognato punto di arrivo -
che cerca di portare Wallace a gridare “è fantastico, è il sogno di una
vita e lo sto vivendo” e un Wallace che ha troppo alle spalle per poter
essere qualcuno che gioisce a pieno delle cose e quindi tira continuamente
il freno a mano, mente, corteggia il suo intervistatore in cambio di una
tregua, dice la verità. Quanto quest’ultima riesca a venire fuori è merito
esclusivo di Lipsky, della sua sensibilità e del suo istinto nell’affondare
la stoccata quando è il momento di pretendere un po’ più coraggio da un DFW
spesso, fortunatamente, troppo stanco per non essere sincero.
La lucidità di Wallace nel parlare è come la sua
prosa, costruisce oralmente periodi che risulterebbero difficili da
scrivere per chiunque, ci fa immergere in quella visione del mondo accorta
e tollerante tipica di chi si è voluto (e fatto) molto male, di chi sa che
questo male alberga in tutti e il comportamento più umano è accettare di
farci i conti provando a non farsi strappare il timone di mano. La metafora
delle caramelle resterà per sempre negli occhi del lettore, una lezione di
questi anni (Infinite jest era ambientato dei tardi anni 00) il cui ronzio
tutti quanti intuiamo ma che solo chi “vedeva più fotogrammi al secondo di
tutti” avrebbe potuto raccontare in modo così semplice. Come una pacca
sulla spalla, ma senza sorridere.
Chiuso il volume resta l’amaro in bocca delle cose
amate e perse. Commovente aver passato le ore precedenti a osservare le
pagine consumarsi tra le mani, ritrovandosi a sperare che si
moltiplicassero. Commovente aver cercato di scacciare il Pensiero per non
farsi condizionare e ritrovarsi a sperare che il futuro di David e il
nostro, osservati dal 1996, potessero ancora cambiare.
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