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Al di là
di tutto, Dave
Ho un'impressione fissa che mi accompagna nel
rileggere Infinite jest, che mi riporta alla prima volta che l'ho letto e sono
sicuro tornerà fra qualche anno. Come tornerà Infinite jest.
Pensate a un libro, concentratevi sull'immagine di
un volume, sulla copertina e le sue pagine. Ora cancellatela e pensate alla
scena del primo Kill Bill in cui Uma Thurman ha appena massacrato
l'esercito di Lucy Liu e dal locale rumoroso (in senso cromatico e
musicale) si sposta nel bianco immacolato della neve, il giardino sul
retro. Silenzioso, puro. Tutto è l'opposto.
Ecco.
Se questo succedesse nel film trecento volte, il
film si chiamerebbe Infinite jest. Infinite jest non è un romanzo. Infinite
jest è un forziere depositato sul fondo dell'oceano e all'interno programmi
radiofonici, confessioni di padri distrutti, cibo negato, droghe
sintetiche, mappe del futuro prossimo, pellicole cinematografiche
sperimentali, cronache di incontri sportivi, ricordi d'infanzia, fotografie
di capannoni abbandonati comunità di recupero campi da tennis. Un mondo
legato all'equatore dalla mente che l'ha partorito, un uomo di
immaginazione infinita e - come spesso accade - di sensibilità infinita,
sensibilità nel suo significato ancestrale di
vedere-sentire-toccare-annusare-gustare le cose nel modo più acuto,
assaporandone il cuore.
Una sensibilità che fonda il genio e che a volte
se lo porta via, lo sbaraglia, troppo superiore a tutto per essere
padroneggiata.
Come un romanzo che romanzo non è, ma viaggio - e
facezia - infiniti.
Stralci, radiografie, recensioni ecc.
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