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Ho ancora qualche ricordo della mia vita reale. Di
quand’ero vivo, intendo.
Ricordo te. Non tutta te
dettagli
l’orlo del tuo vestito che solletica l’erba, la mia
mano rovinata dal freddo, i tuoi piedi gettare scintille d’acqua sfregando
l’un l’altro, come in cerca di una cura all’inverno. Il tuo volto mai. Per
quanti sforzi compia è
perso
perso completamente, smarrito nella discarica
infinita in fondo alla mia mente dove giace ogni ricordo d’infanzia
il migliore amico, le feste di compleanno
il primo bacio dato e ricevuto in obbedienza a un
gioco crudele. Tutto perso. Appallottolato insieme al tuo viso e gettato
con indifferenza
verso il fondo.
Nel ricordo gli ultimi dettagli di te mi
raccontano che siamo in giardino, i tuoi occhi
sfuocati
oltre il recinto di legno, io seduto al tuo fianco
sul divano a dondolo, regalo per te di un vicino
mi guarda
dicevi e io perso in altro che non torna e che ora
non avrebbe valore. Non più della tua confidenza. Il ricordo salta alla mia
mano rovinata che copriva
una fotografia che copriva
un’area grande come una foglia, una fotografia di
una città dove
comprami un cappello
le tue parole mentre ti inseguivo sotto la
pioggia. È crudele come la memoria dia le cose importanti in pasto a
dettagli che non contano.
Sul dondolo la tua maschera sfuocata
abbozzare un’espressione
la tua mano a fuoco raccogliere la mia per
condurla verso qualcosa che accadeva fuori, oltre le rose.
Nevica soltanto intorno al pozzo dei rifiuti
hai detto allora. Sotto la pioggia reale del
presente, nel mio cappotto deturpato, stringo gli occhi e il girotondo di
fiori bianchi mi aggredisce come espulso da un razzo. E come un razzo muore
in fondo all’oceano, come l’estate non è mai esistita in questo buio fermo.
Ora è sempre inverno, sempre nevica dappertutto.
Cammino stringendomi più che posso nel cappotto logoro, oltre il cappotto
un mondo ancora più consumato dove i vivi uccidono e i morti si nascondono.
I vivi guidano automobili, bevono caffè da barattoli di cartone e si
chiamano con nomi che mi suonano lontani. I morti sono involucri vuoti, si
muovono incerti come me ma i loro occhi sono assenti, non conoscono parole
e non rispondono, vogliono solo mangiare. Mangiare i vivi. Anch’io voglio
mangiare, ma provo ribrezzo nel farlo. Mangio gatti randagi e topi
abbastanza vecchi da lasciarsi afferrare.
Seduto in un rivolo da marciapiede soffio contro
le mani a imitazione meccanica di un gesto passato, non ha più senso ora
che il respiro da morto è più gelido del vento intorno. Pensare questo mi
riporta un secondo ricordo, più breve e altrettanto pallido, quello della
tua maschera sfuocata che piangeva in giardino
piangevi lacrime bianche
potavi le rose e senza voltarti mi hai domandato
se i morti sarebbero arrivati fino a casa nostra. Ho sempre pensato di
averti abbracciata alle spalle, ma il ricordo
per quanto incerto
colpisce reale e spietato, racconta di me che
guardo altrove e rispondo una frase prosciugata. Racconta di te che ritorni
alle rose, togliendo alla mia bocca il merito che non le spettava.
I morti.
Quand’ero ancora vivo la televisione li mostrava
falciati da mezzi blindati ai semafori, uccisi a colpi di spranga e bastone
sul marciapiede. Diceva di tenere sempre a portata di mano una pistola
carica, perfino ai bambini era spiegato così. I morti erano maldestri,
rumorosi. Suonavano il campanello delle case per farsi aprire, non
provavano neanche a introdursi di nascosto. I vivi aprivano le porte con il
fucile già all’altezza della fronte, scavavano in giardino trappole
rudimentali nelle quali i morti rovinavano goffamente, in attesa di essere
freddati. A me è andata diversamente, però, dev’essere per questo che sono
diverso. Forse chi mi ha cambiato lo era già a sua volta.
Non ho il coraggio di avvicinarmi a un vivo. Per
ragioni che non capisco mi esprimo in modo comprensibile, non grugnisco
come gli altri, ma i miei movimenti sono rigidi e sarei ucciso prima ancora
di provare a spiegare. Siamo rimasti in pochi, non si parla neanche più di
epidemia ormai. Ho letto questo su un giornale che mi ha colpito in faccia
stamattina, trascinato dal vento. Il livello di panico è al minimo. Di
giorno siedo sotto un cavalcavia fingendomi un senzatetto, è l’unica
possibilità per un morto vivente evoluto. Qualunque movimento mi
tradirebbe.
Mangio meno rispetto a quando ero vivo. Un gatto a
settimana, non dimagrisco e non cedo. Speravo mi avrebbe indebolito al
punto da distruggermi definitivamente, corrodere la mia mente e rendermi
vuoto come gli altri, ma non c’è limite alla sopportazione della fame per
un corpo defunto. Sono ancora lucido. Bevo neve sciolta in pozzanghere. La
mia urina è verde acido, devo sempre stare attento a non farmi scoprire.
Non defeco da mesi, come se il mio corpo liquefacesse il poco cibo che
ingoio.
Di notte cammino per quartieri bui dove poter
essere scambiato per un drogato o un ubriaco. Non ho rapporti con nessuno.
Gli altri morti mi camminano di fianco e per istinto capiscono che non sono
commestibile, basta questo per non curarsi di me. Stento a considerarli la
mia razza, come di certo non sono umano, non più. È bastato un attimo
perché succedesse.
Ricordo me sul divano, la pancia alla televisione
risate preconfezionate, ho la testa spenta
afferrare le spalle
il whisky cadere di mano
ma non ricordo l’infrangersi del bicchiere a
terra. Quando mi sono risvegliato ti avevo già uccisa, tra le mani un
braccio scarnificato. Ti avevo già divorato il ventre. Il senso di colpa
ultima scarica di umanità
sono fuggito cercando di piangere ma non tutto è
concesso, da morto. Nella fuga ho inciampato in ostacoli che mai avrei
definito tali, scarpe dimenticate a terra, il gradino oltre la veranda.
Continuavo a cadere, braccia e gambe pesanti e ogni volta lo sforzo immane
di un nuovo rialzarsi. Non ansimavo, neanche questo è concesso, ma tutto
era incerto e denso, i movimenti di un corpo marcio handicappato. È bastato
un attimo. Eri morta, lo ero anch’io.
Nel mio cappotto sudicio guardo il giornale che mi
ha colpito in faccia, lo apro al centro e mentalmente cerco di risolvere il
cruciverba del giorno. Mi piaceva, da vivo. Non ho una biro per scrivere e
non so se riuscirei a usarla, la mia nuova condizione permette solo
movimenti approssimativi. A volte mentre fingo di dormire qualcuno mi getta
dei soldi, li abbandono a terra sperando cadano nelle mani di chi può
entrare in un negozio senza farsi sparare in testa. Nevica sempre ed è
sempre inverno, ma non provo freddo e non mi infastidisce restare seduto ai
bordi della strada, mentre il cappotto si fa nauseabondo per la mia
putrefazione. La morte rende tolleranti al disagio.
Certi giorni dalle finestre risuonano canzoni che
non ricordo più, mi appoggio al muro e ascolto alla ricerca di un’immagine
qualunque da afferrare e tenere stretta. Non funziona ed è il solito
pensiero che mi lacera, perché certi pensieri e non altri, una fotografia
al posto del tuo volto, la nostra morte invece di una stanza d’albergo.
Comprami un cappello, sussurro tra me, comprami un cappello, ma non è la
tua voce e
la tua voce
quasi non ricordo.
Non so perché non mi uccido. Definitivamente,
intendo. Non ho speranze di guarigione e non vedo possibilità di rapporti
con gli altri. Ma la linearità non fa parte della morte. Forse anche il mio
cervello è avariato, l’istinto di sopravvivenza che muove il corpo dei miei
simili mi divora i pensieri da dentro. Semplicemente non riesco a
considerarla un’ipotesi, per quanto logica e corretta sia.
Sono tornato a casa, ieri. Le sbarre alle finestre
e il giardino abbandonato, le rose a cui tenevi non esistono più. Morte,
come noi. Tre modi differenti di non vita, e nessuno a spiegarmi la
differenza. Mi sono seduto sul divano a dondolo, i cuscini squarciati da
qualcuno in cerca di soldi o altro. Ho pensato a te quel giorno. Ho
appoggiato la mano sui resti graffiati del nostro adesivo, sono rimasto in
attesa e un lampo nella testa mi ha illuminato. Ho perdonato chi mi ha reso
così come qualcosa che era giusto fare, senza chiedersi perché. Ho chiuso
gli occhi e ho immaginato di stringerti la mano, mentre la neve sorda mi
abbracciava piano.
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