MARCO VISINONI / LA BALLATA DEL MORTO VIVENTE

 

 

Ho ancora qualche ricordo della mia vita reale. Di quand’ero vivo, intendo.

Ricordo te. Non tutta te

dettagli

l’orlo del tuo vestito che solletica l’erba, la mia mano rovinata dal freddo, i tuoi piedi gettare scintille d’acqua sfregando l’un l’altro, come in cerca di una cura all’inverno. Il tuo volto mai. Per quanti sforzi compia è

perso

perso completamente, smarrito nella discarica infinita in fondo alla mia mente dove giace ogni ricordo d’infanzia

il migliore amico, le feste di compleanno

il primo bacio dato e ricevuto in obbedienza a un gioco crudele. Tutto perso. Appallottolato insieme al tuo viso e gettato con indifferenza

verso il fondo.

Nel ricordo gli ultimi dettagli di te mi raccontano che siamo in giardino, i tuoi occhi

sfuocati

oltre il recinto di legno, io seduto al tuo fianco sul divano a dondolo, regalo per te di un vicino

mi guarda

dicevi e io perso in altro che non torna e che ora non avrebbe valore. Non più della tua confidenza. Il ricordo salta alla mia mano rovinata che copriva

una fotografia che copriva

un’area grande come una foglia, una fotografia di una città dove

comprami un cappello

le tue parole mentre ti inseguivo sotto la pioggia. È crudele come la memoria dia le cose importanti in pasto a dettagli che non contano.

Sul dondolo la tua maschera sfuocata

abbozzare un’espressione

la tua mano a fuoco raccogliere la mia per condurla verso qualcosa che accadeva fuori, oltre le rose.

Nevica soltanto intorno al pozzo dei rifiuti

hai detto allora. Sotto la pioggia reale del presente, nel mio cappotto deturpato, stringo gli occhi e il girotondo di fiori bianchi mi aggredisce come espulso da un razzo. E come un razzo muore in fondo all’oceano, come l’estate non è mai esistita in questo buio fermo.

Ora è sempre inverno, sempre nevica dappertutto. Cammino stringendomi più che posso nel cappotto logoro, oltre il cappotto un mondo ancora più consumato dove i vivi uccidono e i morti si nascondono. I vivi guidano automobili, bevono caffè da barattoli di cartone e si chiamano con nomi che mi suonano lontani. I morti sono involucri vuoti, si muovono incerti come me ma i loro occhi sono assenti, non conoscono parole e non rispondono, vogliono solo mangiare. Mangiare i vivi. Anch’io voglio mangiare, ma provo ribrezzo nel farlo. Mangio gatti randagi e topi abbastanza vecchi da lasciarsi afferrare.

Seduto in un rivolo da marciapiede soffio contro le mani a imitazione meccanica di un gesto passato, non ha più senso ora che il respiro da morto è più gelido del vento intorno. Pensare questo mi riporta un secondo ricordo, più breve e altrettanto pallido, quello della tua maschera sfuocata che piangeva in giardino

piangevi lacrime bianche

potavi le rose e senza voltarti mi hai domandato se i morti sarebbero arrivati fino a casa nostra. Ho sempre pensato di averti abbracciata alle spalle, ma il ricordo

per quanto incerto

colpisce reale e spietato, racconta di me che guardo altrove e rispondo una frase prosciugata. Racconta di te che ritorni alle rose, togliendo alla mia bocca il merito che non le spettava.

I morti.

Quand’ero ancora vivo la televisione li mostrava falciati da mezzi blindati ai semafori, uccisi a colpi di spranga e bastone sul marciapiede. Diceva di tenere sempre a portata di mano una pistola carica, perfino ai bambini era spiegato così. I morti erano maldestri, rumorosi. Suonavano il campanello delle case per farsi aprire, non provavano neanche a introdursi di nascosto. I vivi aprivano le porte con il fucile già all’altezza della fronte, scavavano in giardino trappole rudimentali nelle quali i morti rovinavano goffamente, in attesa di essere freddati. A me è andata diversamente, però, dev’essere per questo che sono diverso. Forse chi mi ha cambiato lo era già a sua volta.

Non ho il coraggio di avvicinarmi a un vivo. Per ragioni che non capisco mi esprimo in modo comprensibile, non grugnisco come gli altri, ma i miei movimenti sono rigidi e sarei ucciso prima ancora di provare a spiegare. Siamo rimasti in pochi, non si parla neanche più di epidemia ormai. Ho letto questo su un giornale che mi ha colpito in faccia stamattina, trascinato dal vento. Il livello di panico è al minimo. Di giorno siedo sotto un cavalcavia fingendomi un senzatetto, è l’unica possibilità per un morto vivente evoluto. Qualunque movimento mi tradirebbe.

Mangio meno rispetto a quando ero vivo. Un gatto a settimana, non dimagrisco e non cedo. Speravo mi avrebbe indebolito al punto da distruggermi definitivamente, corrodere la mia mente e rendermi vuoto come gli altri, ma non c’è limite alla sopportazione della fame per un corpo defunto. Sono ancora lucido. Bevo neve sciolta in pozzanghere. La mia urina è verde acido, devo sempre stare attento a non farmi scoprire. Non defeco da mesi, come se il mio corpo liquefacesse il poco cibo che ingoio.

Di notte cammino per quartieri bui dove poter essere scambiato per un drogato o un ubriaco. Non ho rapporti con nessuno. Gli altri morti mi camminano di fianco e per istinto capiscono che non sono commestibile, basta questo per non curarsi di me. Stento a considerarli la mia razza, come di certo non sono umano, non più. È bastato un attimo perché succedesse.

Ricordo me sul divano, la pancia alla televisione risate preconfezionate, ho la testa spenta

afferrare le spalle

il whisky cadere di mano

ma non ricordo l’infrangersi del bicchiere a terra. Quando mi sono risvegliato ti avevo già uccisa, tra le mani un braccio scarnificato. Ti avevo già divorato il ventre. Il senso di colpa

ultima scarica di umanità

sono fuggito cercando di piangere ma non tutto è concesso, da morto. Nella fuga ho inciampato in ostacoli che mai avrei definito tali, scarpe dimenticate a terra, il gradino oltre la veranda. Continuavo a cadere, braccia e gambe pesanti e ogni volta lo sforzo immane di un nuovo rialzarsi. Non ansimavo, neanche questo è concesso, ma tutto era incerto e denso, i movimenti di un corpo marcio handicappato. È bastato un attimo. Eri morta, lo ero anch’io.

Nel mio cappotto sudicio guardo il giornale che mi ha colpito in faccia, lo apro al centro e mentalmente cerco di risolvere il cruciverba del giorno. Mi piaceva, da vivo. Non ho una biro per scrivere e non so se riuscirei a usarla, la mia nuova condizione permette solo movimenti approssimativi. A volte mentre fingo di dormire qualcuno mi getta dei soldi, li abbandono a terra sperando cadano nelle mani di chi può entrare in un negozio senza farsi sparare in testa. Nevica sempre ed è sempre inverno, ma non provo freddo e non mi infastidisce restare seduto ai bordi della strada, mentre il cappotto si fa nauseabondo per la mia putrefazione. La morte rende tolleranti al disagio.

Certi giorni dalle finestre risuonano canzoni che non ricordo più, mi appoggio al muro e ascolto alla ricerca di un’immagine qualunque da afferrare e tenere stretta. Non funziona ed è il solito pensiero che mi lacera, perché certi pensieri e non altri, una fotografia al posto del tuo volto, la nostra morte invece di una stanza d’albergo. Comprami un cappello, sussurro tra me, comprami un cappello, ma non è la tua voce e

la tua voce

quasi non ricordo.

Non so perché non mi uccido. Definitivamente, intendo. Non ho speranze di guarigione e non vedo possibilità di rapporti con gli altri. Ma la linearità non fa parte della morte. Forse anche il mio cervello è avariato, l’istinto di sopravvivenza che muove il corpo dei miei simili mi divora i pensieri da dentro. Semplicemente non riesco a considerarla un’ipotesi, per quanto logica e corretta sia.

Sono tornato a casa, ieri. Le sbarre alle finestre e il giardino abbandonato, le rose a cui tenevi non esistono più. Morte, come noi. Tre modi differenti di non vita, e nessuno a spiegarmi la differenza. Mi sono seduto sul divano a dondolo, i cuscini squarciati da qualcuno in cerca di soldi o altro. Ho pensato a te quel giorno. Ho appoggiato la mano sui resti graffiati del nostro adesivo, sono rimasto in attesa e un lampo nella testa mi ha illuminato. Ho perdonato chi mi ha reso così come qualcosa che era giusto fare, senza chiedersi perché. Ho chiuso gli occhi e ho immaginato di stringerti la mano, mentre la neve sorda mi abbracciava piano.

 

 

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