|
Chi è
Bret Easton Ellis?
Lunar Park è un oggetto estraneo nel percorso
letterario di Bret Easton Ellis. Come se la sua decappottabile
insanguinata, spinta al culmine dei giri dall’apocalittico Glamorama, fosse
andata a schiantarsi contro il disperato STOP urlato da Roger Waters in The
Wall.
Lo dice Bret stesso in apertura: Lunar Park è un
ritorno. A uno stile più pulito (basta incipit interminabili per
costringere il lettore nel vortice); alle origini minimaliste, quelle da
cui sempre più violentemente l’autore si era distaccato con
l’omicida-o-forse-no di American Psycho prima, con i fashion terroristi del
suddetto Glamorama poi.
Ritorno a parlare di me e lo faccio nel modo più
veritiero possibile. Nomi e cognomi reali, ambienti reali. Situazioni
riconoscibili. Ecco a voi il vero Bret.
Il primo capitolo è un romanzo nel romanzo: Ellis
ripercorre la sua scintillante carriera, dal successo inatteso di Meno di
zero alla tournée autodistruttiva per promuovere Glamorama, quando un
addetto alla sicurezza era incaricato di irrompere in ogni bagno nel quale
lo scrittore – schiavo della droga e a rischio costante di suicidio - si
intrattenesse per più di cinque minuti. Superato (quasi indenne) il
passato, c’è un presente nel quale Ellis vive con una donna e due figli,
uno dei quali avuto da lei anni prima e anni prima rifiutato
vigliaccamente. Un Ellis che prova a tirare dritto tra corsi di scrittura
creativa, tentativi di stabilità e distacco dalle droghe. Prova, perché
niente funziona…e come potrebbe la staticità borghese sposarsi all’eterno
bad boy della letteratura americana? Tutto precipita, più Ellis torna al
passato più il passato torna da Ellis, con il fantasma del padre che lo
tormenta, tra rapimenti-o-forse-no di bambini schiavi degli antidepressivi
e mostri orripilanti che turbano la quiete di una provincia americana che
quieta non è. Ma terrificante. Lynchana.
Ellis si dichiara sincero ma più ripete nomi
conosciuti, luoghi conosciuti e formule conosciute (le minuziose
descrizioni del vestiario tanto care a Patrick Bateman) e più fiutiamo il
paradosso: il paradosso di raccontarsi per nascondere la verità. Dice di
aprirsi ma nei fatti sta solo regalando al lettore quello che il lettore
vuole da lui. Vuoi sapere come sono stati i miei ultimi vent’anni? Eccoli:
battaglie a colpi di aragosta nei locali alla moda di Los Angeles, droga,
reading alcolici farneticanti, droga, bisessualità senza approdo, droga, mesi
di sepoltura in hotel a cinque stelle, droga, droga, droga.
E il presente? Un Bret formato famiglia che non
riesce a crescere se stesso, figurarsi i figli, tra manoscritti pseudoporno
intitolati Figa Minorenne, feste
di Halloween con la fauna dei vecchi tempi (Jay McInerney, che non ha preso
benissimo il cammeo in Lunar Park) e risvegli da capogiro in case che
trasfigurano a ricordo di dimore passate. Tutto questo mentre Patrick
Bateman sfugge alle pagine per resuscitare i delitti di American Psycho. Bang.
C’è di che saziarsi, il primo pensiero del fan con
la bava alla bocca. Ma è un saziarsi che sa di precotto, uno spettacolo ad
applausi pilotati con un Bret ventriloquo che gracchia all’infinito ti
piace? Ti piace? Ti piace?
Ti piace?
Ultimamente Ellis ha dichiarato che il Patrick
Bateman di American Psycho era il vero lui dell’epoca. C’è da credergli, di
certo più che in Lunar Park: là il nostro faceva inorridire le femministe e
rimuginare su quanta perversione lo scrittore condividesse, quanta ne generasse
solo per shockare; alla fine di Lunar park l’unico dubbio è se Ellis,
fingendo di parlare di sé per non parlare di sé, si sia – lui, almeno –
divertito fino in fondo.
Scorrendo in inglese le prime righe di Imperial
Bedrooms verrebbe da rispondere sì, di gusto.
Stralci, radiografie, recensioni ecc.
Home
|