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Dall’altra parte della rete c’è
un uomo senza testa.
Ha una racchetta in mano, come
te, ma i suoi vestiti sono neri, e la luce della luna non lascia
intravedere i contorni della sua figura. Intorno tutto è buio.
Fa rimbalzare la palla tre volte
a terra con la mano destra, poi la lancia in alto. Sta per battere, è
chiaro. Pensi sia impossibile giocare con quel buio tutto intorno, dovresti
chiederti come sia possibile che un uomo senza testa sia lì in piedi
davanti a te. Non te lo chiedi.
La palla è ferma a circa un metro
e mezzo sopra la sua testa, al centro della luna. Il movimento del braccio
è veloce, la palla tocca terra all’incrocio delle righe di centrocampo.
Non la prenderò mai, pensi. Il
tuo braccio reagisce invece in modo meccanico, ribattendo il colpo con
forza ancora maggiore: il tuo rovescio la indirizza all’angolo del campo,
l’angolo alla sinistra dell’uomo senza testa.
Non la prenderà mai, pensi.
Mai. La palla viene ribattuta, la
velocità aumenta ancora, non può durare a lungo. Durerà, perché lui non
vuole rinunciare a quel singolo punto, e tu non puoi rinunciarci: il tuo
braccio e le tue gambe si muovono in perfetta sintonia, l’aumento di
rapidità di ogni colpo non gli fa paura. A te sì però, a te fa paura e le
vene della testa cominciano a riempirsi di un sudore freddo. Provi a
guardare altrove, gambe e braccia non hanno bisogno della tua intenzione
per continuare a correre e a colpire. Intorno le tribune sono piene di
persone con il capo reclinato all’indietro, non sai dire se siano svenute o
morte, alcune di loro hanno la testa scoperchiata, e altre sono solo
scheletri abbandonati. I gradi di decomposizione cambiano a seconda
dell’ordine delle tribune.
Ti volti di nuovo verso di lui.
Ora pochi centimetri al di sopra di quell’ombra scura a forma di corpo ci
sono due occhi azzurri, ghiacciati come laghi di montagna in lontananza. Il
colore illumina solo nella tua direzione, intorno ai due occhi tutto è
ancora trasparente. Non guardare, corri e colpisci. Le tue gambe lo sanno
fin troppo bene, il tuo braccio non subisce pressione né forza. Cerchi di
concentrarti sulla palla, ma la velocità è ormai superiore a quella dei
tuoi occhi, la retina non riesce a fissarne la presenza: c’è solo una
striscia di luce davanti a te, si interrompe impercettibilmente nel momento
in cui la palla viene ferita, ma sai che fra poco ti sarà impossibile
scorgere anche questo passaggio.
Il braccio comincia a fare male.
Senti le vene del polso che si tirano, i tendini sono ormai corde troppo
tese di una vecchia chitarra. No, aspetta, non è il braccio che ti fa male,
sono le gambe. Quelle gambe che fino a un attimo fa correvano senza
interruzione ora soffrono del tuo stesso sudore, credi che crolleranno di
fronte a quei colpi di luce che continuano ad arrivare.
Chiudi gli occhi: non è il
braccio che duole, non sono le gambe. Solo ora ti accorgi che la loro danza
continua senza interruzione, e che forse reggeranno all’infinito. È la
testa a far male: ogni nuovo colpo è una ferita al cranio, un’arma che
vuole entrare nel tuo cervello e impedirti di continuare a guardare. Senti
che scava sempre più a fondo, e il sangue comincia a scorrere sulla fronte
fino ad annebbiarti la vista. Attraverso quello strato rosso anche la luce
della palla è un sole sbiadito che sta per morire, mentre il tuo avversario
al di là della rete comincia ad apparire in tutto il suo orrore.
Devo fermarmi, gridi a te stesso.
E invece continui, ora non sei più solo con lui. I tuoi spettatori, con i
loro volti scavati e scarnificati, hanno iniziato a ballare su quelle
tribune fatte di fieno delle quali finora non avevi conosciuto l’esistenza.
Ballano, ma le loro teste sono adagiate sulle spalle. Forse sono come te,
anche tu non puoi controllare ciò che fai. Fino ad ora sei stato libero di
guardare dove volevi ma quanto durerà ancora? Anche la tua testa finirà per
adagiarsi su una spalla lungo questo scambio inchiodato?
Il dolore, per un attimo l’avevi
dimenticato. Colpi alla testa, come colpi di tosse che rimbombano contro i
timpani. E il sangue che continua a scorrere, se almeno un braccio fosse
sotto il tuo controllo per poter liberare la fronte da tutto quel sangue,
ma sai che non accadrà come sai che quella palla non si fermerà mai, anche
ora che i tuoi movimenti sono così rapidi da non poter essere neanche
percepiti e la pausa tra un colpo e l’altro è più breve del battito d’ali
di un pipistrello.
Guardi in terra per un attimo,
ormai le scarpe si staranno muovendo nel tuo stesso sangue, ormai tutto il
tuo cammino non sarà altro che impronte in un lago carminio. Non è così,
non c’è sangue ai tuoi piedi, non c’è sangue sulle tue gambe, non c’è
sangue sui tuoi vestiti. Non può essere scomparso, pensi tu, mentre
tutt’intorno la danza ha assunto dimensioni impensabili, con scheletri che
premono contro le transenne cercando di entrare in quel campo buio reso
ancora più tetro da una luna aliena.
Dov’è il tuo sangue. I tuoi occhi
si stanno abituando alla velocità, in lievi parvenze di luce ti pare quasi
di percepire le fattezze della palla, e in un riflesso infinitesimale sulla
tua racchetta di metallo hai scorto la tua stessa faccia, la bocca piena
del tuo stesso sangue. Ora capisci, stai bevendo il sangue che sgorga dalla
tua testa, ora lo senti crescere in gola come un rivolo di lava all’interno
di un vulcano. Non puoi berlo, non sai come fare, dal collo in giù nulla
del tuo corpo è sotto il tuo controllo.
Finirai per scoppiare, pensi, la
tua testa non resisterà alla pressione. Poi guardi lui, e vedi il suo
ghigno malato. Te n’eri quasi dimenticato, i suoi occhi di ghiaccio avevano
respinto i tuoi un tempo antico che non saresti mai capace di definire. La
sua bocca è di un rosa pallido che vira verso l’arancione, come la
superficie di Venere al microcoscopio. Che pensiero assurdo.
Non puoi permetterti di pensare,
i pali delle transenne stanno per essere frantumati.
Soffocherai nel tuo stesso
sangue, non potrai impedire che accada.
Colpi sempre più forti. Ora il
campo è dentro di te, tu e lui siete dentro di te.
Falli uscire, ti prego.
Le transenne si piegano in
avanti.
Respira respira respira
Colpi nella tua testa, colpi nel
sangue della tua testa.
Le tue braccia, il suo ghigno.
Le tue gambe, i suoi occhi.
Respira.
I pali cedono, tutti dentro di
te, non lasciarli entrare, non sarebbe bello se
Respira. Esplodi.
Venere.
Macabre danze...
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