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La nostra storia americana
Si parla spesso di Thomas Pynchon e Don De lillo
come maestri del postmoderno americano. Sarebbe forse più consono parlare
del primo come maestro del postmoderno esplosivo, dove le soluzioni si
moltiplicano per gemmazione e le pagine da novecento potrebbero essere
diecimila, oppure due, oppure non essere pagine ma suoni o nebbia o
macchine o pensieri (in questo Infinite jest, che D.F.Wallace definisce correttamente
- per tematiche - realista e non postmoderno, è certamente - per
costruzione - figlio della lezione di Pynchon); di fronte a De Lillo
sarebbe invece più corretto parlare di postmoderno implosivo, di
sottrazione, dai dialoghi dei quali l'autore è genio e riformatore (come
suona costruito il parlare di due persone in qualsiasi libro dopo aver
letto De Lillo) alle situazioni quotidiane nelle quali l'autore infonde
grandezza epica e malinconica (si veda la scena - lieve e indimenticabile -
del taglio dei capelli). Postmoderno inclusivo in cui le storie di figli
mogli madri padri non producono il big bang pynchoniano ma si rincorrono in
una spirale che corre verso il centro, ineluttabile, fino a quella singola
parola finale che mai come qui si innalza ad appello definitivo.
Postmoderno ad anello che dal tutto ritorna
all'uno, in una mescolanza di lingue e slang, personaggi finti e veri
("moriremo tutti quanti", provoca Lenny Bruce all'infinito dalla
sua stazione radio), in una discesa che se apocalittica si può definire è
un'apocalisse silenziosa, muta come la morte di una supernova a miliardi di
chilometri dalla terra. Gli oggetti, non le persone, sono i veri
protagonisti: è la palla da baseball scagliata fuori campo nel 1951 a tenere insieme il
tutto, pur senza riuscire a ricucire rapporti o creare vera interazione (
l'incapacità di comunicare è il vero punto focale della poetica di De
Lillo, come testimonia il parlare di persone che si interrompono e
confondono e sovrappongono nei modi brutali che l'esperienza quotidiana ci
insegna). Underworld ci mostra la fine della civiltà e lo fa con metafore
fulminanti come quella dei rifiuti, prototipo della nostra condizione di
produttori e incapaci smaltitori. Il romanzo ne è pervaso e il lucido
cantore salta di vita in vita raccontandoci cinquant'anni di un
AmericaNostra alla quale guardiamo come guardiamo nel nostro cestino ogni
volta che chiudiamo il sacco per toglierlo alla vista. Con quel dolore
nascosto di abbandono e di incomprensione per ciò che va e viene, senza
lasciare traccia.
Stralci, radiografie, recensioni
ecc.
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